Riflessioni sulla crisi di Paolo Andruccioli (da www.rassegnasindacale.it) PDF Stampa
Parla l’economista e studioso Paolo Leon. “La creazione di titoli assurdi come i subprime ha creato l’occasione per le banche di emettere moneta al di là d’ogni controllo della Fed”. Gli effetti sul lavoro si faranno sentire ancora a lungo. Dopo la crisi dei subprime si è detto che il problema principale della finanza mondiale risiederebbe nella insufficienza delle regole. Su questo punto ci sono stati anche vertici mondiali dai risultati non troppo chiari. A qualche mese di distanza si può trarre un primo bilancio. Che cosa si è fatto? Ci sono novità vere nel sistema dei controlli internazionali? O le risposte sono state tutte nazionali? Lo chiediamo al professor Paolo Leon, supervisore scientifico della società di ricerche economiche Cles, autore di numerose pubblicazioni economiche e in particolare sui problemi relativi al rapporto tra Stato e mercato e sulle questioni relative alla mondializzazione dell’economia. Leon Sulla regolamentazione della finanza è stato fatto poco. Innanzi tutto sarebbe stato necessario un vero intervento da parte dell’autorità Usa, cui sarebbero seguite analoghe iniziative a Londra – essendo questo un mercato parallelo a quello di Wall Street. Sarebbe, però, sufficiente un intervento regolativo? Il problema si era già posto all’indomani della grande crisi, quando si scoprì che nessuna delle agenzie di controllo, a cominciare dalla Securities and Exchange Commission di Wall Street, conosceva con sufficiente dettaglio ciò che accadeva sui mercati. Oggi la situazione è chiara: l’industria finanziaria, americana e internazionale, non ha alcun interesse a una più severa regolazione, e poiché ha un forte potere d’interdizione nel Senato Usa, è difficile che la presidenza Obama riuscirà a costruire un mercato più trasparente e sanzioni efficaci. D’altra parte, anche un più forte intervento regolativo farebbe cilecca. Il tema non è quello dei mercati finanziari, ma quello della politica monetaria. È bene ricordare che il gigantesco sviluppo dei mercati finanziari nasce dalle politiche monetariste adottate da Reagan, sulla base delle teorie di Friedman. In quel contesto teorico, prima, e pratico, dopo, il Sistema della Riserva Federale cessa di regolare la quantità di moneta bancaria con gli ordinari strumenti (inventati nel 1939!) – obbligo di riserva, operazioni di mercato aperto, tassi di interesse – limitandosi a fissare tassi di interesse per il sistema bancario che desiderasse rifornirsi di liquidità presso la Fed. In questo modo, la creazione di moneta bancaria è affidata tutta ai parametri sullo stato patrimoniale delle banche, sulla base dei quali queste impostano la loro attività di impiego. Se le società finanziarie, e anche le stesse banche, costruiscono forme di titoli di credito che le banche possono immettere nel proprio capitale, cresce la possibilità di impiego. Proprio la creazione di titoli “assurdi” – come i subprime, le diverse opzioni e warrant, le scommesse sull’andamento degli indici di borsa o delle materie prime – che entrano nei patrimoni bancari, crea l’occasione per le banche di emettere moneta al di là d’ogni controllo della Fed. Si crea “moneta endogena”, sostituto della moneta bancaria controllata dalla banca centrale, e della moneta “ufficiale” emessa da questa stessa fonte. Rassegna E nessuno ha fatto niente davanti a questo? Leon No. Anzi. Tutto il resto del mondo ha seguito questa nuova politica, senza che i singoli governi se ne rendessero conto o, almeno, comprendessero i pericoli derivanti dalla liberalizzazione della moneta. Lo scandalo è nella subordinazione agli eventi americani e nell’ignoranza e incultura sia dei governanti sia dei tecnici: lo scandalo maggiore è nella supina ignoranza della Banca centrale europea che, offuscata dal liberismo del Trattato dell’Unione monetaria, non ha nemmeno indagato il significato della moneta endogena – che pur l’ha privata di qualsiasi influenza sugli stessi mercati finanziari. Cosa può fare un paese minore – nel senso del mercato dei capitali – come l’Italia? Nulla a breve, ma molto potrebbe fare in sede europea, e in particolare nei confronti della Bce, nel cui consiglio siede un rappresentante della Banca d’Italia. Credo poco però a una reale volontà italiana in senso europeista, perché anche il centro sinistra, e la sinistra in quanto tale, hanno mancato di riconoscere i pericoli immensi della liberalizzazione monetaria quando questa si stava realizzando: fin dalla creazione della moneta unica era possibile intervenire per fornire la Bce con uno statuto meno liberistico: è andata come sappiamo, frutto di un insopprimibile provincialismo della sinistra. Rassegna Gli osservatori e le organizzazioni mondiali (Ocse, Fmi, Banca mondiale, ecc) parlano di ripresa economica. Il peggio – sostengono un po’ tutti – è alle nostre spalle. Pensi che abbiano ragione? Leon Gli osservatori internazionali sono, in realtà, degli attori sulla scena internazionale: stanno dunque esorcizzando la fine della crisi, rispetto alla quale non hanno fatto nulla, proprio per evitare di mettersi in gioco. Il Fmi ha detto e forse fatto qualcosa, perché il suo nuovo direttore è francese, e perciò meno legato all’ortodossia del Washington consensus, e ha ricevuto un riconoscimento dalla Cina, che ha convinto gli Usa a consentire un’emissione di moneta Fmi (i diritti speciali di prelievo) che, pur una goccia nel mare, ha conservato nel sistema la possibilità della soluzione globale (una moneta internazionale, sostitutiva del dollaro e dell’euro). Con ciò, è forse vero che la crisi si è fermata, ma poiché non è stato corretto il funzionamento della finanza mondiale né il rapporto tra Cina e Usa, dove la prima finanzia il consumo dei secondi, è difficile pensare che la crisi dia luogo a una sicura ripresa duratura della crescita. Rassegna Uno degli allarmi più preoccupanti riguarda però la crescita della disoccupazione. Pensi che sia un problema legato alla crisi finanziaria americana o c’è qualcosa di più strutturale? Ci sono osservatori che infatti parlano della crisi del sistema economico nel suo complesso che – anche in presenza di una crescita del Pil – non riuscirebbe a essere più produttore di posti di lavoro. Hanno ragione? Leon La disoccupazione (insieme alla riduzione del tasso di attività) è il più chiaro segnale della crisi, e si manifesta sempre con un certo ritardo rispetto al calo della produzione. D’altra parte, un aumento, anche ritardato, della disoccupazione e del non lavoro, significa una minor domanda effettiva (di consumo) sui mercati e, perciò, uno dei motivi che rallenta la ripresa o aggrava la recessione. La disoccupazione è certamente dovuta alla crisi, e non vorrei che usando il ritardo ora descritto si sostenesse che la disoccupazione è strutturale, in pratica giustificando l’inazione del governo dal lato delle politiche per la ripresa. La sinistra non ha mai amato l’analisi keynesiana, e ha sempre cercato di individuare nella crisi ragioni strutturali legate al lavoro. Nel nostro caso, la disoccupazione è da crisi, ma è vero che sono anni nei quali la crescita italiana è impedita. A meno di ritenere che la colpa è dei lavoratori, che sono pigri e inconcludenti (esiste una letteratura economica veramente riprovevole su questo aspetto, ma anche qualche pulsione antisindacale a sinistra), occorrerà rendersi conto che se la stagnazione ha certo cause nella mancata risposta competitiva delle imprese, molto è dovuto alla combinazione di politiche monetarie restrittive della Bce, con cambio dell’euro sopravvalutato, e politiche di bilancio volte ad ottenere sempre un avanzo primario (e ogni avanzo primario è una sottrazione di domanda effettiva per le imprese: lo Stato domanda effettivamente di meno e pertanto la produzione nazionale soffre). Rassegna Molti sostengono che dalla crisi non si può uscire con lo stesso modello produttivo. Potrebbe essere l’occasione per un ripensamento anche sul cosa si produce. Cgil e Legambiente hanno elaborato un documento comune. Come vedi tu la green economy e come si può tradurre qui da noi? Leon Il modello produttivo, nelle circostanze reali nelle quali lavorano imprese e sindacati, è quello imposto dal mercato globale: sostenere che ne esiste un altro, implica avere la forza di contrastare quel mercato – altrimenti è “flatus vocis”. Ciò non significa che non si debba operare con politiche per umanizzare la globalizzazione nelle sedi opportune: ma non vedo governi italiani che si siano spesi su questo, né sindacati europei o mondiali capaci di sovrastare le spinte protezioniste delle organizzazioni nazionali. Altra cosa è seguire Obama che individua nella “green economy” un modo per finanziare lo sviluppo di nuovi settori, nuova domanda, nuove imprese – sempre, naturalmente con la spesa pubblica. Così, se si ritiene che ridurre il debito pubblico è la priorità, non si può sostenere che esiste una politica da “green economy”. Rassegna La crisi ha determinato spostamenti di ingenti quantità di risorse finanziarie e monetarie. Anche il risparmio degli italiani pare sia stato molto intaccato dalla crisi. Quale Italia e quali italiani sono usciti dalla crisi? Leon Il risparmio degli italiani non è stato molto intaccato dalla crisi e, anzi, nelle circostanze attuali, le politiche di risparmio delle famiglie – necessitate dalla crisi – sono a loro volta causa della crisi – che è di domanda, non di offerta. Siamo usciti dalla crisi? La ragione principale per la quale si è fermata la recessione sta nella pura e semplice grandezza economica dello Stato e delle sue articolazioni. Tutto il settore pubblico è un grande “stabilizzatore automatico” e ha funzionato per evitare il crollo: ora che la fase acuta è superata si sono mosse molte forze per ridurre il ruolo dello Stato – così la prossima crisi avrebbe meno stabilizzatori automatici e maggiori probabilità di crollo dell’economia. Rassegna Che cosa significa in concreto, secondo te, costruire un nuovo rapporto tra finanza ed economia reale? Che ruolo continua ad avere la speculazione finanziaria? Leon Sono le politiche monetarie, come ho detto, la causa del disastro, non la semplice mancata regolazione della finanza. Osservo che nessuno ha guardato a questo lato del problema, e tutti hanno accettato che la banca non è un servizio pubblico, ma un’impresa come qualsiasi altra. Tremonti ha un problema con le banche, ma non ha osato misurarsi con la natura pubblica del “sistema bancario”. Per far capire di cosa si tratta, il lettore deve ricordare che sono gli impieghi delle banche che creano i depositi, e che ciascuna banca può aumentare i propri prestiti, se sa che chi li riceve li depositerà in qualche altra banca – così il sistema bancario funziona e provvede la linfa alla produzione e allo scambio. Se invece si crede che siano i depositi che determinano gli impieghi, allora si è destinati inevitabilmente alla stagnazione, oppure si deve consentire alle banche di inventarsi un capitale sulla base del quale fare i prestiti. È già successo, con la crisi. Il risparmio è virtù privata, ma senza un sistema bancario che lo fa circolare, diventa vizio pubblico. 02/01/2010
 
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